Fobia di cadere, di essere rapiti e della morte: Sindrome dell’abbandono

Durante la crescita il bambino subisce un processo intrusivo transizionale: passaggio dalla dipendenza biologica a quella affettiva. In questo senso il bambino assume la totale dipendenza dal genitore da cui dipende la sua sopravvivenza; si innesca dunque un meccanismo emotivo che se non superato o canalizzato nel modo corretto, in età adulta risulterà invalidante per la crescita dell’autostima o della personalità.

La paura di separazione, che si sviluppa nel secondo semestre di vita, configura la paura della morte, di essere rapito (anche da entità misteriose) o di cadere. Inoltre dà luogo ad ansie abbandoniche (nevrosi) rendendo difficoltoso per il bambino qualsiasi allontanamento dalla persona o dai luoghi conosciuti. Da qui la difficoltà più o meno grave al momento dell’inserimento nella scuola materna, fino a configurare una vera fobia della scuola.

Grazie agli studi di Frechet, sappiamo che il cervello memorizza le sue emozioni ma soprattutto gli shock emozionali ciclici bloccanti. “Ciclico” perché il cervello registra lo shock in modo ritmico (non come concetto di tempo in termini di calendario o di orologio ma come l’alternanza delle stagioni, del giorno e della notte). “Bloccanti” perché il cervello sente il bisogno di risolverlo in futuro. In sintesi è come se il cervello riattivasse l’emozione che è avvenuta nell’intervallo precedente (come progressioni matematiche).
Cause:
Come avviene uno shock di “abbandono”? Per fattore shock-induttivo endogeno ed esogeno.
Per motivo endogeno. Qualche esmpio:
– per la separazione dei genitori
– per la morte improvvisa del genitore o parentale
– per improvviso trasferimento d’abitazione
– per improvviso distacco della suzione del ciuccio
– per malattia improvvisa
– per la scomparsa improvvisa del giocattolo preferito

Il caso: il bambino ha subito un shock di separazione dei genitori a 3 anni; è molto probabile che a 6 anni a nove anni a 12 ecc, si ripresenterà lo shock, con cadenza triennale. Ora il bambino ha 6 anni, Il cervello biologico scatta da solo ed elabora; poiché a 3 anni ha subito un abbandono, ora è arrivato il momento di rivivere lo stesso shock.

Per motivo endogeno: il bambino già nasce con il problema dell’abbandono, magari ereditato dai suoi genitori che hanno alle spalle storie di abbandono, per cui cerca di riproporre la stessa paura in modo di superarla in maniera più efficace.

Effetti: quando si ripresenta il problema, il bambino, per giustificare il proprio stato d’animo, andrà in cerca di motivi che possono avvalere le sue sensazioni. In questo modo troverà pretesti per litigi ed altri comportamenti che possono suscitare l’irritazione del genitore in modo da sentirsi giustamente cattivi e quindi “abbandonabili”. In questa prospettiva lo shock programmante configura diverse patologie quali maniaco depressive, l’autolesionismo e disturbo della dipendenza.

Inoltre può assumere trasposizioni compulsive ossessive, ogni volta che ritroveremo lo stesso ritmo; se il ritmo è 5, tutti i 5 sono conflittuali quindi 5 giorni, 5 settimane, 5 mesi, 5 anni… Queste ripetizioni incessanti sono ovviamente inconsce tuttavia alterano in modo tangibile la propria psiche rivoluzionando il rapporto familiare e sociale. In alternativa il bambino può ricorrere a ricatti morali cercando, inconsciamente, di manipolare il genitore ed esorcizzare così la sua paura di abbandono.

Particolari fisici: Ci sono alcune caratteristiche molto visibili anche nella loro postura: la schiena curva, il corpo ipotonico con una spalla più bassa della norma.

Come possiamo interrompere questi ritmi emozionali?
Individuare il nesso tra lo schock emozionale ed il ciclo bloccante. Un modo può essere un lavoro introspettivo finalizzato all’individuazione dell’incesto (il fiv). Prendete l’evento, calcolate l’età esatta. Spezzate l’evento in tanti multipli e ricordate cosa è accaduto nella vostra vita durante quei periodi. Se dovesse risultare difficile è opportuno seguire un ciclo di psicoterapia/psicoanalisi. Ricordiamoci che un conflitto emotivo non risolto è l’anticamera della nevrosi.

COSA PUO’ FARE UN GENITORE?
Il passaggio da una dipendenza biologica (vita uterina) a quella affettiva (vita extrauterina), è del tutto normale ed è altrettanto fisiologica l’evoluzione dell’infante; ma come può intervenire un genitore se scorge nel proprio figlio i segnali della “paura dell’abbandono“? Molti consigli utili si possono trovare nell’articolo “Trappole dell’Infanzia: paure e fobie“; è importante ricordare che il bambino non va rimproverato quando esprime concetti di morte/rapimento/simile, piuttosto il genitore dovrà deviare l’attenzione del bambino verso altri contesti.

Cosa si può fare?
-Mostrare al bambino album fotografici di nipoti e parenti. Il vissuto del bambino è molto limitato e il database mnemonico deve essere ampliato con nuovi concetti di vita. Il piccolo dovrà acquisire il senso dell’evoluzione e della continuità.

-Responsabilizzare il bambino. In tal modo, il piccolo non si sentirà parte passiva del contesto familiare ma parte attiva, pertanto meno dipendente. Con le “piccole responsabilità”, inconsciamente il bambino capirà che è “importante”, utile nella famiglia, quindi l’idea della morte andrà scemando. Per un genitore, le responsabilità destinate al bambino possono sembrare banali, per un bambino, invece, acquisteranno tutta un’altra dimensione. Le responsabilità prevedono piccolissime cose, alcuni esempi: chiedere al piccolo di stilare insieme a voi la lista della spesa, decidere insieme cosa cucinare e consultarlo nelle scelte domestiche.

A cura della Dott.ssa Anna Maria Sepe,
specialista in Psicoanalisi Induttiva e Ipnosi traslativa.

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