Aspartame: come riconoscerlo, in quali alimenti si trova, come evitarlo e sostituirlo

L’Aspartame fa male? In quali alimenti si trova?

Tante sono le domande che ci poniamo nei confronti di questa polvere bianca tanto usata nell’industria alimentare, ma che suscita anche tante perplessità!
L’ aspartame è stato approvato per l’utilizzo negli alimenti nel 1981. Per oltre otto anni la FDA (Food and Drug Administration – Amministrazione degli Alimenti e dei Medicinali) ha rifiutato di approvare l’uso dell’aspartame a causa dei risultati contrastanti negli studi di sperimentazione di quella che all’epoca fu una delle scoperte più sensazionali: un edulcorante con un potere dolcificante elevato e zero calorie rispetto al comune zucchero da cucina.
L’aspartame sembra causare danni “lenti e silenziosi” in tutte quelle persone che sono così sfortunate da non avere reazioni immediate e che non hanno quindi un motivo per evitarlo: dolori addominali, attacchi d’ansia, asma, difficoltà respiratorie, stato confusionale sono solo alcuni degli effetti collaterali identificati negli studi effettuati, fino ad arrivare ad effetti cancerogeni.

In quali alimenti è contenuto l’aspartame?

Nonostante le controversie, l’utilizzo dell’aspartame come additivo alimentare è autorizzato nell’UE per dolcificare molti prodotti che arrivano sulle nostre tavole dall’industria alimentare: bibite light, prodotti di pasticceria e confetteria, yogurt, gomme da masticare, prodotti a ridotto tenore calorico e per il controllo del peso o come edulcorante da tavola vero e proprio, sostituendo il comune zucchero.
Come prima cosa teniamo ben presente che i cibi “light” lo sono perchè sostituiscono lo zucchero con l’aspartame: evitiamoli perchè fanno più male che bene!

Uno studio evidenzia come, testato sui ratti, l’aspartame sia cancerogeno. Tra i danni addirittura un aumento di peso: che fare?

Aspartame sì, aspartame no. Se ne parla e riparla da ormai 50 anni, perché questo dolcificante artificiale fu scoperto (casualmente) in America nel 1961; ci è poi voluto più di un decennio perché (nel 1974) l’autorità americana della Food and Drug Administration dopo alcuni studi, si decidesse a mettere il prodotto in commercio, una delle decisioni più controverse mai prese nella storia di questa organizzazione.

Da allora, la storia dell’aspartame (una sintesi chimica di fenilanaina e acido aspartico) è stata in salita, economicamente parlando: è diventata un giro d’affari immenso, e con questo edulcorante si dolcificano, ormai, tutte le bibite “light” in commercio. Ma sul fronte “sicurezza” non è mai mancato chi mettesse in discussione questo prodotto: medici, scienziati, nutrizionisti e anche diverse associazioni in tutto il mondo hanno chiesto chiarezza, sospettando che dietro la massima affidabilità assicurata dai produttori e dai distributori di aspartame ci sia, in realtà, una verità “edulcorata” a favore degli interessi economici.
Insomma, sulla pericolosità dell’aspartame si è dibattuto, e si dibatte tuttora.

Studi scientifici, con esiti alterni, si sono succeduti nel corso degli ultimi anni: e se da un lato qualcuno ne evidenziava un possibile legame con alcuni casi di cancro, un altro, subito dopo, lo smentiva. A tutt’oggi – è importante ribadirlo – non è stato ufficialmente dimostrato alcun legame, negli uomini, tra assunzione di dolcificanti artificiali e comparsa di tumore nell’uomo. Eppure, alcuni studi effettuati nei ratti dimostrano il contrario, e perfino un aumento di peso associato all’aspartame (che, ironia della sorte, dovrebbe essere assunto proprio per non ingrassare!).

Nel costante dubbio, ciò che noi “consumatori consapevoli” possiamo fare è scegliere l’alternativa naturale: lo zucchero biologico, lo sciroppo d’acero, il miele e anche la stevia, una pianta dell’America Latina il cui estratto in polvere dolcifica, senza conseguenze, ben 300 volte più dello zucchero classico. Poi, possiamo cercare di evitare i cibi nella cui etichetta lo zucchero sia uno dei primi 3 ingredienti. E se proprio optiamo per l’aspartame, cerchiamo di non superare la dose giornaliera ammissibile: 40 mg per ogni kg di peso corporeo.

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