Io e il mio amico immaginario, consigli alle mamme

Il fenomeno non è poi così raro, in media un bambino su tre ha un amico immaginario, soprattutto tra i 3 e i 7 anni. Alcune pazienti mi chiedono preoccupate se si tratta di un fenomeno normale.

“Nostro figlio parla con Carolina tutti i giorni, per lui Carolina è assolutamente reale, si comporta come se la vedesse. L’amicizia tra nostro figlio e Carolina non nuoce a nessuno, anzi, nostro figlio sembra divertirsi ma noi non sappiamo se dobbiamo lasciarlo stare o agire in qualche modo”.

I genitori afflitti da questo dubbio possono rilassarsi. Tutti gli studi condotti fin ora non danno nessun motivo di allarme, non si tratta di un segnale di cattiva salute mentale, bensì è un indicatore di disagio, una stategia che aiuta il bambino a superare la solitudine e le difficoltà quotidiane. I compagni invisibili di solito sono coetanei del loro creatore ma possono essere anche animali, supereroi o maghi. Alcuni bambini danno vita ad orsacchiotti o bambole di pezza.

Il fenomeno fu osservato per la prima volta da Clara Vostrovsky della Stanford University, già nel 1895. L’autrice parlava di una persona che aveva avuto numerosi amici immaginari, fino all’età adulta. C’è da fare una grossa precisazione. I piccoli sanno benissimo che i loro amici non sono reali, sono i bambini a condurre la loro relazione, modificano il carattere dell’amico invisibile a loro piacimento e non si sentono mai impotenti. E’ dunque chiaro che gli amici immaginari vanno distinti dalle manifestazioni classiche delle psicosi.

A cosa servono gli amici immaginari? Come accennato prima, si tratta di una strategia che i bambini mettono in pratica in alcune circostanze, il classico caso è quando nella loro vita avviene un cambiamento: quando nasce un fratellino –infatti il fenomeno è più diffuso tra i primogeniti-, durante un trasferimento, dopo la morte di una persona cara, quando i genitori si separano o quando sono costretti ad allontanarsi per un lungo periodo dalla loro abituale abitazione. Gli amici invisibili aiutano il bambino a gestire la situazione.

Molto frequentemente i bambini compensano, con l’amico immaginario, una mancanza, un rifiuto o la solitudine. E’ il caso di una bambina di 10 anni che creò un fratellino invisibile quando la mamma fu ricoverata in ospedale. La bambina accudiva il fratellino proprio come avrebbe fatto una madre con il suo piccolo. La bambini ricopriva il ruolo del quale sentiva la mancanza: una madre.

A volte i bambini creano un amico immaginario quando non sono capaci di accettare le regole del mondo degli adulti e si giustificano ad un loro atteggiamento indisciplinato dando la responsabilità all’amico immaginario. “Non sono stata io, è stata Carolina“. Uno studio ha dimostrato che gli amici invisibili prendono forma durante il terzo anno di età, proprio quando il bambino impara a distinguere se stesso dagli altri. L’amico immaginario può svolgere un ruolo di consigliere, proprio durante lo sviluppo cognitivo del suo creatore, così da avere un supporto nel gestire nuovi sentimenti e impulsi. I consiglieri morali aiutano il bambino a capire se il loro atteggiamento è giusto o sbagliato.

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Sebbene questo fenomeno non debba essere vissuto come “catastrofico“, non deve essere neanche ignorato. Quando il bambino manifesta questo sintomo, bisognerebbe individuare quale compensazione sta attuando. Anche gli adulti attuano di continuo compensazioni.

Come agire? Alla domanda introduttiva, è bene dire che non bisogna essere intrusivi col bambino fino

a ripetergli in modo nauseabondo che non esiste nessun compagno di giochi. L’ideale sarebbe quello di individuare la mancanza e sopperire ad essa, il genitore potrebbe farlo con l’aiuto di un esperto. Il discorso cambia se il fenomeno persiste fino alla prima adolescenza. Il questa fase il fanciullo dovrebbe essere capace di gestire autonomamente diversi tipi di frustrazioni, infatti, solitamente, nell’adolescenza, l’amico immaginario viene sostituito dalla presenza di un diario segreto. Qui la presenza di un amico immaginario, accompagnato da altri sintomi di chiusura, potrebbe essere l’anticamera di un disturbo evitante della personalità.

 

A cura della Dott.ssa Anna Maria Sepe,
specialista in Psicoanalisi Induttiva e Ipnosi traslativa.

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