Cosa scatta nella mente del partner violento


Ci si chiede spesso quale sia il fattore scatenante la violenza tra le persone, soprattutto all’interno di una coppia o di una famiglia dove dovrebbe regnare non solo amore ed affetto ma anche rispetto e considerazione.

Eppure i rapporti relazionali di tipo intimo sono quelli più a rischio di violenza e prevaricazione di un partner sull’altro, indistintamente che si tratti di uomini o donne (perché anch’esse non sono esenti dagli atteggiamenti violenti) questo perché la confidenza e la convivenza permette alle persone di esprimersi come esse sono senza quella forma di controllo e gestione del comportamento dovuta e doverosa in un contesto od ambiente sociale con persone estranee o non confidenziali.

Di seguito riporto un estratto del mio libro “La violenza contro le donne”, che trovate nella pagina delle pubblicazioni, in cui viene spiegato dagli esperti psicologi cosa sia l’elemento o il fattore scatenante la violenza, o la condizione personale e famigliare che crea il terreno fertile per lo sviluppo di tali modalità di relazione sbagliate e patologiche.

Cosa scatta nella mente del partner violento

Da un punto di vista sociologico la violenza sulle donne è una conseguenza della disparità tra uomo e donna che ad oggi non si è ancora colmata, l’emancipazione femminile ha portato a detronizzare l’uomo dal suo stato di potere e dominio, la violenza da parte dell’uomo scaturisce proprio da questa detronizzazione.

Da un punto di vista psicologico, invece, si tratta di un problema relazionale, la relazione violenta non è altro che una modalità di relazione disfunzionale, tesa a negare la separatezza e l’individualità dall’altro e la sua stessa esistenza autonoma.

Il partner violento non tollera la differenziazione e l’individuazione poiché l’altro non viene vissuto come una entità autonoma e separata e quindi è inconcepibile il suo distacco, ecco perché spesso l’apice della violenza tra partner si scaturisce alla fine di una relazione, quando la donna vuole mettere fine alla relazione di coppia.

L’esercitare la violenza ha come obiettivo trasformare la relazione con l’altro in relazione di potere, corrompere la relazione per ottenere il controllo: il partner violento teme, evita, si difende dalla reciprocità negandola, annullandola, detenendo il potere ed il controllo della relazione, questa fusione simbiotica però a sua volta una difesa dal rapporto stesso, attraverso una apparenza di intimità.

Caratteristiche di queste persone violente è la negazione dell’alterità che porta, nei rapporti di coppia, alla costituzione di una relazione simbiotica.

Marco Deriu in un articolo scrive che gli uomini commettono violenza soprattutto perché non accettano la differenza, ovvero non accettano l’alterità della propria compagna, non accettano che la donna che hanno di fronte non sia semplicemente una continuazione, un riflesso del proprio desiderio o dei propri bisogni.

L’altro non è percepito nella sua autonomia, nella sua alterità ma come appendice di sé. Il desiderio altrui non esiste se non come obbligato prolungamento del proprio.

È questo quello che si intende con “relazione simbiotica”, una relazione in cui c’è implicitamente una coincidenza dell’altro in sé, non è ammesso il differire o il distinguersi o il distanziarsi dall’altro.

La situazione di simbiosi si ha quando due esseri vivono in una relazione talmente stretta e totalizzante da abolire il sentimento e l’esperienza della differenza, l’effetto che se ne trae è una situazione protettiva e difensiva. La non differenziazione dell’altro dal sé implica a sua volta la rinuncia, non solo alla conoscenza dell’altro, ma anche alla conoscenza e percezione di sé, per cui si necessita dell’altro che definisce il proprio sé. Per tale motivo qualsiasi reale o immaginata minaccia a questa relazione simbiotica porta l’uomo a uno stato di insofferenza tale da portarlo alla violenza.

“Con la fine della relazione simbiotica può andare in frantumi anche il senso di sé ed il senso della realtà.

Per questo motivo, piuttosto che riconoscere la dipendenza da una donna, di rimettere in discussione il proprio senso di sé, piuttosto che rivedere criticamente la propria idea di relazione d’amore, gli uomini preferiscono rifugiarsi nelle violenze.

Credo che la paura di riconoscere la propria dipendenza e l’angoscia prodotta dall’idea di abbandono siano due aspetti dello stesso analfabetismo relazionale degli uomini che in questa costante oscillazione tra due estremi produce ansia di controllo ed episodi di violenza” (Deriu, 2006).

In questo senso per l’autore la violenza maschile sulle donne non è un tentativo di cancellare l’uguaglianza, “questa violenza non implica alcun rifiuto dell’uguaglianza tra i sessi e tanto meno un pregiudizio di inferiorità verso la donna”, ma rappresenta un tentativo di cancellare la differenza, “ si rivela un senso di inadeguatezza ed una certa difficoltà degli uomini ad accettare la differenza, (…) ciò che è difficile è stare di fronte ad una donna ed accettare che essa è un’altra da noi” (Deriu, 2006).

Fonagy in un lavoro intitolato “Uomini che esercitano violenza sulle donne: una lettura alla luce della teoria dell’attaccamento” (Fonagy, 2001), si propone di comprendere la psicopatologia specifica degli uomini violenti nei confronti delle loro compagne, ipotizzando un collegamento tra gli stili di attaccamento del bambino al caregiver (sicuro, evitante, ambivalente e disorganizzato), Fonagy afferma che lo stile di attaccamento disorganizzato rappresenta spesso il risultato di relazioni di abuso o di maltrattamento da parte dei genitori nei confronti del bambino (o genitori violenti tra loro).

Sotto la pressione del bisogno, da un lato di trovare conforto, dall’altro di fuggire dal genitore abusante, la mente del bambino trova così un compromesso accettando il conforto fisico e creando al tempo stesso un distanza mentale.

Ma così facendo il bambino danneggia la propria capacitò di mentalizzazione in quanto non può usare i genitori per la necessaria funzione di rispecchiamento e di interpretazione dei propri stati mentali.

Fonagy dice che questi pazienti da adulti possono regredire, in alcune situazioni, ad un “pensiero non mentalizzante”.

“Nella vita adulta, la rappresentazione di sé disorganizzata si manifesta come un enorme bisogno di controllare gli altri. Gli uomini violenti devono stabilire una relazione in cui la partner serva da veicolo per gli stati intolleranti del sé.

Essi manipolano la relazione in modo tale da generare nell’altro l’immagine di loro stessi dalla quale non vedono l’ora di liberarsi.

Ricorrono alla violenza, a volte, quando l’esistenza autonoma dall’altro minaccia questo processo di esteriorizzazione. In questi momenti agiscono con violenza mossi dal terrore che la coerenza del sé venga distrutta dal ritorno di ciò che era stato esteriorizzato.

L’atto violento ha quindi una funzione duplice: ricreare e risperimentare il sé alieno all’interno dell’altro e distruggerlo nella speranza inconscia che scompaia per sempre” (Fonagy, 2001).

Pertanto relazioni emotivamente coinvolgenti possono essere vissute come una minaccia all’integrità di un sé precario, che ha adottato difensivamente una strutturazione narcisistica.

Viene temuto il rischio di dipendenza che vanificherebbe la pretesa di autosufficienza del sé, c’è il timore di una frammentazione catastrofica e di un crollo, la soluzione immediata è quella dell’esteriorizzazione del conflitto, della proiezione sulla partner del ruolo di vittima, della propria identificazione con il genitore violento e perciò stesso considerato potente.

Gli uomini, dice Fonacy, provano dopo questi episodi, calma, calo di tensione, come il riprestino di una Gestalt interiore, uno strano stato di tranquillità.

“La calma rappresenta la riuscita distruzione dell’indipendenza psichica della donna. Lei è ancora una volta solo il veicolo dei processi proiettivi patologici del suo partner” (Fonacy, 2001).

Quanto affermato accredita l’ipotesi secondo cui l’esperienza personale a contatto con la violenza nell’infanzia, sia la violenza osservata tra i genitori sia i maltrattamenti subiti personalmente, aumenta il rischio di vivere un rapporto violento in età adulta. Alcuni studi americani hanno dimostrato che il fatto di essere cresciuti in un contesto in cui il padre era violento con la madre, aumenta per un ragazzo le probabilità di essere violento, e per una ragazza quelle di diventare vittima di un uomo violento.

La violenza può essere così intesa come un processo transgenerazionale, un meccanismo che si ripete e si trasmette da una generazione all’altra.

A cura dell di Meralini Cremaschini, grafologa criminologa

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