Cibi dal Giappone: l’Italia importa solo lo 0,1%

Cresce l’allerta e l’allarme nucleare dopo il sisma che ha devastato il Giappone. Le autorità continuano a lavorare per scongiurare pericoli maggiori e fuoriuscite di materiale radioattivo ma la paura resta ancora alta.

Dopo il terremoto, lo tzunami, il disastro delle centrali nucleari, a mettere in ginocchio il paese del Sol Levante è un sentimento di psicosi diffusa. Primo segnale è la drastica diminuzione delle presenze all’interno dei ristoranti giapponesi diffusi nel mondo anche se da più parti arrivano le smentite e le rassicurazione.

In effetti, a guardare le cifre delle importazione dal Giappone, l’Italia non presenta una particolare dipendenza alimentare dal paese colpito dal sisma ed in ogni caso i rischi di una possibile contaminazione sembrano molto bassi. Perché?

Innanzitutto il Ministero della Salute ha disposto che gli alimenti “di origine animale e non” provenienti da Tokyo e confezionati dopo l’11 marzo, data del sisma, siano controllati scrupolosamente dagli uffici di sanità marittima e di frontiera. Come inevitabile che sia, i controlli sono scattati in tutta Europa ma anche in Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Sri Lanka, Filippine e Australia, paesi questi ultimi che a differenza del vecchio continente ricevono dal Giappone prodotti anche freschi.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese importa dal Giappone 13 milioni di prodotti alimentari all’anno (il totale europeo è di 65 milioni), la maggior parte dei quali conservati (carne e pesce) oppure prodotti a base di tè, semi di sesamo, piante e semi di fiori decorativi, alghe, spezie, cibo per animali. Negozi e ristoranti giapponesi utilizzano invece solo ed esclusivamente pesce locale. La percentuale delle importazioni di cibo italiane dal Giappone rispetto al resto del mondo non arriva allo 0,1%.

Annarita Costagliola

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